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8 GIORGIO SALVINI
coinvolgevano il campo elettromagnetico, e la sua interazione con le particelle cariche
della materia. L'estensione del paradigma quantistico ai sistemi relativistici con infiniti
gradi di libertà presentava difficoltà assai maggiori di quelle che si dovevano affrontare
per applicare le regole della meccanica quantistica in altri campi" [10].
Il contributo di Fermi sulla elettrodinamica in quegli anni fu dunque di gran beneficio
a tutta la comunità scientifica più avanzata, teorici e sperimentali.
Ho già detto il commento di fisici come Weisskopf e Bethe all'opera di Fermi. Marcello
Cini sottolinea le difficoltà teoriche e di principio della elettro dinamica dalla sua nascita
agli anni settanta, ed è un racconto limpido, che si deve leggere, e che ci porta alla
attuale sintesi: la teoria elettrodebole. Insomma, anche da questa nota emerge l'altra
grande funzione storica che Fermi ha avuto: di sintesi e di coordinamento tra teorie che
sembravano tra loro discordi. Con immenso vantaggio di anticipo nella ricerca e nella
storia della scienza.
Nella seconda parte della sua nota (i punti 7, 8, 9) Cini fa alcune osservazioni che
"discendono da un esame con l'occhio di uno storico." Sono pagine interessanti e pro-
fonde, che potranno essere completamente condivise o no, ma che conviene meditare,
perchè portano a considerare la posizione del fisico teorico isolato nel suo genio creativo
rispetto all'ambiente scientifico e culturale in cui vive. La domanda che Cini si pone è:
"Gli approcci adottati dai fisici -Jordan, Dirac, Heisenberg, Pauli, Fermi ... - sono stati
caratterizzati da sostanziali differenze metodologiche ed epistemologiche. Sorge sponta-
nea la domanda: si tratta soltanto di differenze dovute a fattori caratteriali e psicologici,
o a pregiudizi filosofici puramente individuali, oppure è possibile tentare di rintracciare
almeno in parte l'origine nel diverso contesto culturale e sociale nel quale essi si sono
trovati ad operare?"
Non è facile la risposta, e Cini fa in questa sua nota una valida analisi del problema.
Quanto alla eventuale "filosofia" di Enrico Fermi, dobbiamo dire che è difficile trovare
l'atteggiamento di Enrico Fermi rispetto a questi problemi. Egli non li trattava volentieri,
quasi non ne avesse avuto il tempo nella sua breve vita. In realtà nessuno sa quanto dentro
se stesso essi fossero vivi o cogenti.
A questo proposito -quanto Fermi tenesse in sé le questioni generali ed astratte,
per restare nell'immediato concreto- riporto un sottile pensiero di Eugene Wigner sul
famoso lavoro di Fermi sui raggi beta (ref. [4]' pago 75).
"Il lavoro sembra pervaso da una apparente ingenuità, che invita a critiche ed a gene-
ralizzazioni, e ad una presentazione più dotta. Questa apparente ingenuità, tra le varie
possibili, era dopo tutto corretta e caratteristica del gusto di Fermi, e non rappresentava
lo stato delle sue cognizioni quando scrisse l'articolo sui raggi beta. Certo già allora
avrebbe potuto aggiungere una quantità di idee astratte, che altri avrebbero considerato
importanti e di alto significato."
Questo pensiero di Wigner è riportato nella biografia di Fermi scritta da Emilio Segrè,
ed egli aggiunge:
"Fermi cercava sempre la semplicità, e la sua scelta dell'interazione vettoriale, tra le
varie possibili, era dopo tutto corretta; e così invece di discutere tutte le possibilità, per
intuizione o per fortuna, scelse quella giusta."

